L’America resta ancora la principale potenza mondiale, ma qualcosa si sta incrinando. Il dollaro continua a essere la valuta di riferimento internazionale, Wall Street rimane il centro della finanza globale e gli Stati Uniti conservano una superiorità militare senza paragoni. Eppure, dietro questa apparente stabilità, stanno emergendo trasformazioni profonde che potrebbero ridefinire gli equilibri economici e geopolitici dei prossimi anni.
Nel confronto con Alan Friedman, giornalista e autore del libro La fine dell’impero americano, emerge una lettura molto netta della fase storica attuale: il problema non è soltanto economico o finanziario, ma riguarda il ruolo stesso degli Stati Uniti nel mondo.
La guerra commerciale con la Cina ha mostrato i limiti degli Stati Uniti
Uno dei temi centrali dell’intervista riguarda il recente accordo tra Stati Uniti e Cina, nato dopo mesi di fortissime tensioni commerciali.
Secondo Friedman, la narrazione americana di una “vittoria” contro Pechino non corrisponde alla realtà dei fatti. Donald Trump aveva avviato una nuova escalation di dazi contro la Cina nel tentativo di ridurre la dipendenza economica americana e riportare forza industriale negli Stati Uniti. La risposta cinese però è stata estremamente dura e soprattutto molto efficace.
Pechino ha utilizzato la leva strategica delle terre rare, materiali fondamentali per l’industria tecnologica, energetica e militare occidentale. Bloccando o rallentando le esportazioni di questi minerali, la Cina ha dimostrato quanto il mondo sia ancora dipendente dalla sua capacità produttiva.
Alla fine, secondo Friedman, Trump è stato costretto a fare un passo indietro. L’accordo raggiunto rappresenta più una tregua che una vera soluzione strutturale. Gli Stati Uniti ottengono continuità nelle forniture strategiche, mentre la Cina mantiene intatta la propria centralità industriale e geopolitica.
Il messaggio implicito è molto forte: per la prima volta da anni, Washington ha trovato un avversario capace di rispondere sul piano economico con la stessa intensità con cui gli Stati Uniti erano abituati a esercitare pressione sugli altri paesi.
Il vero problema americano oggi si chiama debito pubblico
Dietro la retorica dei dazi e del protezionismo, Friedman individua però una fragilità ancora più importante: il debito pubblico americano.
Gli Stati Uniti hanno ormai superato i 38.000 miliardi di dollari di debito, con un rapporto debito/PIL che si avvicina ai livelli storicamente attribuiti a economie considerate fragili come quella italiana. E il dato più delicato è che le politiche fiscali dell’amministrazione Trump rischiano di aumentare ulteriormente questo squilibrio.
Secondo Friedman, i tagli fiscali introdotti negli ultimi mesi potrebbero aggiungere altri 4.000 miliardi di dollari al debito americano nei prossimi anni. Un incremento enorme che difficilmente potrà essere compensato dai ricavi derivanti dai dazi commerciali.
C’è infatti un equivoco molto diffuso nel dibattito pubblico: i dazi non vengono pagati dai paesi stranieri, ma principalmente dagli importatori e dai consumatori americani. Questo significa che l’effetto finale rischia di tradursi in maggiore inflazione interna, aumento dei costi per le imprese e riduzione del potere d’acquisto delle famiglie.
Per anni il mercato ha continuato a considerare gli Stati Uniti il porto sicuro della finanza globale. Ma secondo Friedman qualcosa sta lentamente cambiando. Il dollaro resta dominante, ma il suo peso relativo nel sistema internazionale si sta progressivamente riducendo. Un segnale molto importante arriva dalle banche centrali: oggi nel mondo si detiene più oro che riserve in dollari, un fenomeno che non si vedeva da decenni.
L’Europa rischia di restare schiacciata tra America e Cina
Se gli Stati Uniti stanno affrontando un problema di sostenibilità finanziaria e la Cina continua a rafforzare la propria influenza globale, l’Europa appare invece sempre più fragile e marginale.
Friedman descrive un continente economicamente importante ma politicamente debole. L’Unione Europea rappresenta ancora uno dei mercati più ricchi e avanzati del pianeta, ma non riesce a trasformare il proprio peso economico in potere geopolitico.
La crescita resta molto bassa, la Germania continua ad attraversare difficoltà industriali, la Francia vive tensioni politiche interne e nel frattempo Bruxelles fatica a costruire una strategia realmente autonoma rispetto agli Stati Uniti.
Secondo Friedman, il rischio più grande per l’Europa è quello di rimanere intrappolata tra tre pressioni contemporanee: la competizione commerciale americana, l’aggressività geopolitica russa e l’espansione economica cinese.
Il problema non è soltanto militare o energetico. È anche culturale e strategico. L’Europa continua a ragionare come se fosse ancora il centro naturale del mondo, mentre oggi il baricentro economico globale si sta progressivamente spostando verso Asia e paesi emergenti.
Ed è proprio questa incapacità di agire in modo realmente unitario che rischia di indebolire ulteriormente il continente nei prossimi anni.
Il futuro sarà sempre più geoeconomico
La parte finale dell’intervista introduce probabilmente il concetto più interessante: il passaggio da un mondo globalizzato a un mondo “geoeconomico”.
Secondo Friedman, nei prossimi dieci anni assisteremo a una trasformazione profonda delle relazioni internazionali. Non si andrà verso una vera deglobalizzazione, ma verso la nascita di blocchi economici sempre più legati agli equilibri geopolitici e militari.
Paesi come India, Arabia Saudita, Brasile, Turchia e Sudafrica acquisiranno un peso crescente e non accetteranno più di dipendere esclusivamente dagli Stati Uniti. Allo stesso tempo la Cina continuerà ad aumentare la propria influenza economica globale, fino probabilmente a superare gli Stati Uniti in termini di PIL complessivo.
Il risultato sarà un mondo più frammentato, meno stabile e caratterizzato da una crescente competizione tra potenze regionali.
Secondo Friedman il vero rischio è che il diritto internazionale perda progressivamente importanza a favore della logica della forza. In questo scenario, commercio, finanza, energia e tecnologia saranno sempre più condizionati dagli equilibri geopolitici.
Ed è proprio qui che nasce il concetto di “nuovo disordine mondiale”: un sistema in cui economia e geopolitica non potranno più essere separate e in cui ogni decisione finanziaria sarà inevitabilmente anche una decisione strategica.





